
Tanabata (七夕 sette notti) è una tradizionale festa giapponese, che cade il 7 luglio di ogni anno, quando le stelle di Vega e Altair si incrociano nel cielo. In qualche località si festeggia invece il 7 agosto.
È legata ad una leggenda popolare di origine cinese, secondo la quale il pastore Hikoboshi (la stella Altair) e la dea Orihime (la stella Vega) si innamorarono e si sposarono in gran segreto contro la volontà del padre della dea. Ebbero anche due figli, un maschio e una femmina. Quando il padre lo venne a sapere allontanò i due sposi, riconducendo la figlia nella terra degli dei e, per evitare il ricongiungimento, creò un fiume celeste, la Via Lattea. I due ne soffrirono moltissimo ed alla fine il padre di Orihime finì commosso dalle tante lacrime versate e accordò che potessero reincontrarsi, ma solamente una volta l'anno, la settima notte del settimo mese. In questa occasione si usa scrivere un desiderio, o una poesia in un foglio verticale, il tanzaku, da arrotolare intorno ad un ramoscello di bambù.
Era così bello in campagna, era estate! Il grano era bello giallo, l'avena era verde e il fieno era stato ammucchiato nei prati; la cicogna passeggiava sulle sue slanciate zampe rosa e parlava egiziano, perché aveva imparato quella lingua da sua madre. Intorno ai campi e al prati c'erano grandi boschi, e in mezzo al boschi si trovavano laghi profondi; era proprio bello in campagna! Esposto al sole si trovava un vecchio maniero circondato da profondi canali, e tra il muro e l'acqua crescevano grosse foglie di farfaraccio, e erano così alte che i bambini più piccoli potevano stare dritti all'ombra delle più grandi. Quel luogo era selvaggio come un profondo bosco; lì si trovava un'anatra col suo nido. Doveva covare gli anatroccoli, ma ormai era quasi stanca, sia perché ci voleva tanto tempo sia perché non riceveva quasi mai visite. Le altre anatre preferivano nuotare lungo i canali piuttosto che risalire la riva e sedersi sotto una foglia di farfaraccio a chiacchierare con lei.
Finalmente una dopo l'altra, le uova scricchiolarono. «Pip, pip» si sentì, tutti i tuorli delle uova erano diventati vivi e sporgevano fuori la testolina.
«Qua, qua!» disse l'anatra, e subito tutti schiamazzarono a più non posso, guardando da ogni parte sotto le verdi foglie; e la madre lasciò che guardassero, perché il verde fa bene agli occhi.
«Com'è grande il mondo!» esclamarono i piccoli, adesso infatti avevano molto più spazio di quando stavano nell'uovo.
«Credete forse che questo sia tutto il mondo?» chiese la madre. «Si stende molto lontano, oltre il giardino, fino al prato del pastore; ma fin là non sono mai stata. Ci siete tutti, vero?» e intanto si alzò. «No, non siete tutti. L'uovo più grande è ancora qui. Quanto ci vorrà? Ormai sono quasi stufa» e si rimise a covare.
«Allora, come va?» chiese una vecchia anatra giunta a farle visita.
«Ci vuole tanto tempo per quest'unico uovo!» rispose l'anatra che covava. «Non vuole rompersi. Ma dovresti vedere gli altri! Sono i più deliziosi anatroccoli che io abbia mai visto assomigliano tanto al loro padre, quel briccone, che non viene neppure a trovarmi.»
«Fammi vedere l'uovo che non si vuole rompere!» disse la vecchia. «Può essere un uovo di tacchina! Anch'io sono stata ingannata una volta, e ho passato dei guai con i piccoli che avevano una paura incredibile dell'acqua. Non riuscii a farli uscire. Schiamazzai e beccai, ma non servì a nulla. Fammi vedere l'uovo. Sì, è un uovo di tacchina. Lascialo stare e insegna piuttosto a nuotare ai tuoi piccoli.»
«Adesso lo covo ancora un po'; l'ho covato così a lungo che posso farlo ancora un po'!»
«Fai come vuoi!» commentò la vecchia anatra andandosene.
Finalmente quel grosso uovo si ruppe. «Pip, pip» esclamò il piccolo e uscì: era molto grande e brutto. L'anatra lo osservò.
«È un anatroccolo esageratamente grosso!» disse. «Nessuno degli altri è come lui! Purché non sia un piccolo di tacchina! Bene, lo scopriremo presto. Deve entrare in acqua, anche a costo di prenderlo a calci!»
Il giorno dopo era una giornata bellissima; il sole splendeva sulle verdi foglie di farfaraccio. Mamma anatra arrivò con tutta la famiglia al canale. Splash! si buttò in acqua; «qua, qua!» disse, e tutti i piccoli si tuffarono uno dopo l'altro. L'acqua coprì le loro testoline, ma subito tornarono a galla e galleggiarono beatamente; le zampe si muovevano da sole e c'erano proprio tutti, anche il piccolo brutto e grigio nuotava con loro.
«No, non è un tacchino!» esclamò l'anatra «guarda come muove bene le zampe, come si tiene ben dritto! È proprio mio! In fondo è anche carino se lo si guarda bene. Qua, qua! venite con me, vi condurrò nel mondo e vi presenterò agli altri abitanti del pollaio, ma state sempre vicino a me, che nessuno vi calpesti, e fate attenzione al gatto!»
Entrarono nel pollaio. C'era un chiasso terribile, perché due famiglie si contendevano una testa d'anguilla, che alla fine andò al gatto.
«Vedete come va il mondo!» disse la mamma anatra leccandosi il becco, dato che anche lei avrebbe voluto la testa d'anguilla. «Adesso muovete le zampe» aggiunse «provate a salutare e a inchinarvi a quella vecchia anatra. È la più distinta di tutte, è di origine spagnola, per questo è così pesante! Guardate, ha uno straccio rosso intorno a una zampa. È una cosa proprio straordinaria, la massima onorificenza che un'anatra possa ottenere. Significa che non la si vuole abbandonare, e che è rispettata sia dagli animali che dagli uomini. Muovetevi! Non tenete i piedi in dentro! Un anatroccolo ben educato tiene le gambe ben larghe, proprio come il babbo e la mamma. Ecco! Adesso chinate il collo e dite qua!»
E così fecero, ma le altre anatre lì intorno li guardarono e esclamarono: «Guardate! Adesso arriva la processione, come se non fossimo abbastanza, e, mamma mia com'è brutto quell'anatroccolo! Lui non lo vogliamo!» e subito un'anatra gli volò vicino e lo beccò alla nuca.
«Lasciatelo stare» gridò la madre «non ha fatto niente a nessuno!»
«Sì, ma è troppo grosso e strano!» rispose l'anatra che lo aveva beccato «e quindi ne prenderà un bel po'!»
«Che bei piccini ha mamma anatra!» disse la vecchia con lo straccetto intorno alla zampa «sono tutti belli, eccetto uno, che non è venuto bene. Sarebbe bello che lo potesse rifare!»
«Non è possibile, Vostra Grazia!» rispose mamma anatra «non è bello, ma è di animo molto buono e nuota bene come tutti gli altri, anzi un po' meglio. Credo che, crescendo, diventerà più bello e che col tempo sarà meno grosso. È rimasto troppo a lungo nell'uovo, per questo ha un corpo non del tutto normale». E intanto lo grattò col becco sulla nuca e gli lisciò le piume. «Comunque è un maschio» aggiunse «e quindi non è così importante. Credo che avrà molta forza e riuscirà a cavarsela!».
«Gli altri anatroccoli sono graziosi» disse la vecchia. «Fate come se foste a casa vostra e, se trovate una testa d'anguilla, portatemela.»
E così fecero come se fossero a casa loro.
Ma il povero anatroccolo che era uscito per ultimo dall'uovo e che era così brutto venne beccato, spinto e preso in giro, sia dalle anatre che dalle galline: «È troppo grosso!» dicevano tutti, e il tacchino, che era nato con gli speroni e quindi credeva di essere imperatore, si gonfiò come un'imbarcazione a vele spiegate e si precipitò contro di lui, gorgogliando e con la testa tutta rossa. Il povero anatroccolo non sapeva se doveva rimanere o andare via, era molto abbattuto perché era così brutto e tutto il pollaio lo prendeva in giro.
Così passò il primo giorno, e col tempo fu sempre peggio. Il povero anatroccolo veniva cacciato da tutti, persino i suoi fratelli erano cattivi con lui e dicevano sempre: «Se solo il gatto ti prendesse, brutto mostro!» e la madre pensava: “Se tu fossi lontano da qui!”. Le anatre lo beccavano, le galline lo colpivano e la ragazza che portava il mangime alle bestie lo allontanava a calci.
Così volò oltre la siepe; gli uccellini che si trovavano tra i cespugli si alzarono in volo spaventati. “È perché io sono così brutto” pensò l'anatroccolo e chiuse gli occhi, ma continuò a correre. Arrivò così nella grande palude, abitata dalle anatre selvatiche. Lì giacque tutta la notte: era molto stanco e triste.
Il mattino dopo le anatre selvatiche si alzarono e guardarono il loro nuovo compagno. «E tu chi sei?» gli chiesero, e l'anatroccolo si voltò da ogni parte e salutò come meglio poté.
«Sei proprio brutto!» esclamarono le anatre selvatiche «ma a noi non importa nulla, purché tu non ti sposi con qualcuno della nostra famiglia!» Quel poveretto non pensava certo a sposarsi, gli bastava solamente poter stare tra i giunchi e bere un po' di acqua della palude.
Lì rimase due giorni, poi giunsero due oche selvatiche, o meglio, due paperi selvatici, dato che erano maschi. Era passato poco tempo da quando erano usciti dall'uovo e per questo erano molto spavaldi.
«Ascolta, compagno» dissero «tu sei così brutto che ci piaci molto! Vuoi venire con noi e essere uccello di passo? In un'altra palude qui vicino si trovano delle graziose oche selvatiche, tutte signorine, che sanno dire qua! Tu potresti avere fortuna, dato che sei così brutto!»
“Pum, pum!” si sentì in quel momento, entrambe le anatre caddero morte tra i giunchi e l'acqua si arrossò per il sangue. “Pum, pum!» si sentì di nuovo, e tutte le oche selvatiche si sollevarono in schiere. Poi spararono di nuovo. C'era caccia grossa; i cacciatori giravano per la palude, sì, alcuni s'erano arrampicati sui rami degli alberi e si affacciavano sui giunchi. Il fumo grigio si spandeva come una nuvola tra gli alberi neri e rimase a lungo sull'acqua. Nel fango giunsero i cani da caccia plasch, plasch! Canne e giunchi dondolavano da ogni parte. Spaventato, il povero anatroccolo piegò la testa cercando di infilarsela sotto le ali, ma in quello stesso momento si trovò vicino un cane terribilmente grosso, con la lingua che gli pendeva fuori dalla bocca e gli occhi che brillavano orrendamente; avvicinò il muso all'anatroccolo, mostrò i denti aguzzi e plasch! se ne andò senza fargli nulla.
«Dio sia lodato!» sospirò l'anatroccolo «sono così brutto che persino il cane non osa mordermi.»
E rimase tranquillo, mentre i pallini fischiavano tra i giunchi e si sentiva sparare un colpo dopo l'altro.
Solo a giorno inoltrato tornò la quiete, ma il povero giovane ancora non osava rialzarsi; attese ancora molte ore prima di guardarsi intorno, e poi si affrettò a lasciare la palude il più presto possibile. Corse per campi e prati, ma c'era molto vento e faceva fatica a avanzare.
Verso sera raggiunse una povera e piccola casa di contadini, era così misera che lei stessa non sapeva da che parte doveva cadere, e così rimaneva in piedi. Il vento soffiava intorno all'anatroccolo, tanto che lui dovette sedere sulla coda per poter resistere, ma diventava sempre peggio. Allora notò che la porta si era scardinata da un lato e era tutta inclinata, e che lui, attraverso la fessura, poteva infilarsi nella stanza, e così fece.
Qui abitava una vecchia col suo gatto e la gallina; il gatto, che lei chiamava “figliolo”, sapeva incurvare la schiena e fare le fusa, e faceva persino scintille se lo si accarezzava contro pelo. La gallina aveva le zampe piccole e basse e per questo era chiamata “coccodè gamba corta”, faceva le uova e la donna le voleva bene come a una figlia.
Al mattino si accorsero subito dell'anatroccolo estraneo, e il gatto cominciò a fare le fusa e la gallina a chiocciare.
«Che succede?» chiese la vecchia, e si guardò intorno, ma non ci vedeva bene e così credette che l'anatroccolo fosse una grassa anatra che si era smarrita. «È proprio una bella preda!» disse «ora potrò avere uova di anatra, purché non sia un maschio! Lo metterò alla prova.»
E così l'anatroccolo restò in prova per tre settimane, ma non fece nessun uovo. Il gatto era il padrone di casa e la gallina era la padrona, e sempre dicevano: «Noi e il mondo!» perché credevano di esserne la metà, e naturalmente la metà migliore. L'anatroccolo pensava che si potesse avere anche un'altra opinione, ma questo la gallina non lo sopportava.
«Fai le uova?» chiese la gallina.
«No.»
«Allora te ne vuoi stare zitto!»
E il gatto gli disse: «Sei capace di inarcare la schiena, di fare le fusa e di fare scintille?».
«No!»
«Bene, allora non devi avere più opinioni, quando parlano le persone ragionevoli.»
E l'anatroccolo se ne stava in un angolo, di cattivo umore. Poi cominciò a pensare all'aria fresca e al bel sole. Lo prese una strana voglia di andare nell'acqua, alla fine non poté trattenersi e lo disse alla gallina.
«Cosa ti succede?» gli chiese lei. «Non hai niente da fare, è per questo che ti vengono le fantasie. Fai le uova, o fai le fusa, vedrai che ti passa!»
«Ma è così bello galleggiare sull'acqua!» disse l'anatroccolo «così bello averla sulla testa e tuffarsi giù fino al fondo!»
«Sì, è certo un gran divertimento!» commentò la gallina «tu sei ammattito! Chiedi al gatto, che è il più intelligente che io conosca, se gli piace galleggiare sull'acqua o tuffarsi sotto! Quanto a me, neanche a parlarne! Chiedilo anche alla nostra signora, la vecchia dama! Più intelligente di lei non c'è nessuno nel mondo. Credi che lei abbia voglia di galleggiare o di avere l'acqua sopra la testa?»
«Voi non mi capite!» disse l'anatroccolo.
«Certo, se non ti capiamo noi chi dovrebbe capirti, allora? Non sei certo più intelligente del gatto o della donna, per non parlare di me! Non darti delle arie, piccolo! e ringrazia il tuo creatore per tutto il bene che ti è stato fatto. Non sei forse stato in una stanza calda e non hai una compagnia da cui puoi imparare qualcosa? Ma tu sei strambo, e non è certo divertente vivere con te. A me puoi credere: io faccio il tuo bene se ti dico cose spiacevoli; da questo si riconoscono i veri amici. Cerca piuttosto di fare le uova o di fare le fusa o le scintille!»
«Credo che me ne andrò per il mondo» disse l'anatroccolo.
«Fai come vuoi!» gli rispose la gallina.
E così l'anatroccolo se ne andò. Galleggiava sull'acqua e vi si tuffava, ma era disprezzato da tutti gli animali per la sua bruttezza.
Venne l'autunno. Le foglie del bosco ingiallirono, il vento le afferrò e le fece danzare e su nel cielo sembrava facesse proprio freddo. Le nuvole erano cariche di grandine e di fiocchi di neve, e sulla siepe si trovava un corvo che, ah! ah! si lamentava dal freddo. Vengono i brividi solo a pensarci. Il povero anatroccolo non stava certo bene.
Una sera che il sole tramontava splendidamente, uscì dai cespugli uno stormo di bellissimi e grandi uccelli; l'anatroccolo non ne aveva mai visti di così belli. Erano di un bianco lucente, con lunghi colli flessibili: erano cigni. Mandarono un grido bizzarro, allargarono le loro magnifiche e lunghe ali e volarono via, dalle fredde regioni fino ai paesi più caldi, ai mari aperti! Si alzarono così alti che il brutto anatroccolo sentì una strana nostalgia, si rotolò nell'acqua come una ruota, sollevò il collo verso di loro e emise un grido così acuto e strano, che lui stesso ne ebbe paura. Oh, non riusciva a dimenticare quei bellissimi e fortunati uccelli e quando non li vide più, si tuffò nell'acqua fino sul fondo, e tornato a galla era come fuori di sé. Non sapeva che uccelli fossero e neppure dove si stavano dirigendo, ma ciò nonostante li amava come non aveva mai amato nessun altro. Non li invidiava affatto. Come avrebbe potuto desiderare una simile bellezza! Sarebbe stato contento se solo le anatre lo avessero accettato tra loro. Povero brutto animale!
E l'inverno fu freddo, molto freddo. L'anatroccolo dovette nuotare continuamente per evitare che l'acqua ghiacciasse, ma ogni notte il buco in cui nuotava si faceva sempre più stretto. Ghiacciò, poi la superficie scricchiolò. L'anatroccolo doveva muovere le zampe senza fermarsi, affinché l'acqua non si chiudesse; alla fine si indebolì, si fermò e restò intrappolato nel ghiaccio.
Al mattino presto arrivò un contadino, lo vide e col suo zoccolo ruppe il ghiaccio, poi lo portò a casa da sua moglie. Lì lo fecero rinvenire.
I bambini volevano giocare con lui, ma l'anatroccolo credette che gli volessero fare del male; e per paura cadde nel secchio del latte e lo fece traboccare nella stanza. La donna gridò e agitò le mani, lui allora volò sulla dispensa dove c'era il burro, e poi nel barile della farina, e poi fuori di nuovo! Uh, come si era ridotto! La donna gridava e lo inseguiva con le molle del camino e i bambini si urtavano tra loro cercando di afferrarlo e intanto ridevano e gridavano. Per fortuna la porta era aperta; l'anatroccolo volò fuori tra i cespugli, nella neve caduta, e lì restò, stordito.
Sarebbe troppo straziante raccontare tutte le miserie e i patimenti che dovette sopportare nel duro inverno. Si trovava nella palude tra le canne, quando il sole ricominciò a splendere caldo. Le allodole cantavano, era giunta la bella primavera!
Allora sollevò con un colpo solo le ali, che frusciarono più robuste di prima e che lo sostennero con forza, e prima ancora di accorgersene si trovò in un grande giardino, pieno di meli in fiore, dove i cespugli di lilla profumavano e piegavano i lunghi rami verdi giù fino ai canali serpeggianti. Oh! Che bel posto! e com'era fresca l'aria di primavera! Dalle fitte piante uscirono, proprio davanti a lui, tre bellissimi cigni bianchi; frullarono le piume e galleggiarono dolcemente sull'acqua. L'anatroccolo riconobbe quegli splendidi animali e fu invaso da una strana tristezza.
“Voglio volare da loro, da quegli uccelli reali; mi uccideranno con le loro beccate, perché io, così brutto, oso avvicinarmi a loro. Ma non mi importa! è meglio essere ucciso da loro che essere beccato dalle anatre, beccato dalle galline, preso a calci dalla ragazza che ha cura del pollaio, e soffrire tanto d'inverno!” E volò nell'acqua e nuotò verso quei magnifici cigni questi lo guardarono e si diressero verso di lui frullando le piume. «Uccidetemi!» esclamò il povero animale e abbassò la testa verso la superficie dell'acqua in attesa della morte, ma, che cosa vide in quell'acqua chiara? Vide sotto di sé la sua propria immagine: non era più il goffo uccello grigio scuro, brutto e sgraziato, era anche lui un cigno.
Che cosa importa essere nati in un pollaio di anatre, quando si e usciti da un uovo di cigno?
Ora era contento di tutte quelle sofferenze e avversità che aveva patito, si godeva di più la felicità e la bellezza che lo salutavano. E i grandi cigni nuotavano intorno a lui e lo accarezzavano col becco.
Nel giardino giunsero alcuni bambini e gettarono pane e grano nell'acqua; poi il più piccolo gridò: «Ce n'è uno nuovo!». E gli altri bambini esultarono con lui: «Sì, ne è arrivato uno nuovo!». Battevano le mani e saltavano, poi corsero a chiamare il padre e la madre, e gettarono di nuovo pane e dolci in acqua, e tutti dicevano: «Il nuovo è il più bello, così giovane e fiero!». E i vecchi cigni si inchinarono davanti a lui.
Allora si sentì timidissimo e infilò la testa dietro le ali, non sapeva neppure lui cosa avesse! Era troppo felice, ma non era affatto superbo, perché un cuore buono non diventa mai superbo! Ricordava come era stato perseguitato e insultato, e ora sentiva dire che era il più bello di tutti gli uccelli! I lilla piegarono i rami fino all'acqua e il sole splendeva caldo e luminoso. Allora lui frullò le piume, rialzò il collo slanciato e esultò nel cuore: “Tanta felicità non l'avevo mai sognata, quando ero un brutto anatroccolo!"
Hans Christian Andersen

Sapete, stavo ripensando alle parole che molto tempo fa un mio amico di nome Peter mi disse:
"Per volare devi aggrapparti al tuo pensiero felice!"
Ero molto piccola quando si rivolse a me, ma ora, da grande, ho un grandissimo desiderio, quello di vivere nell'Isola Che Non c'è....si, avete capito bene: all'isola che non c'è.
Non mi dite che non sapete dove sia??? Ogni bambino lo sa: seconda stella a destra e poi diritto fino al mattino.
Non sarebbe bello viverci??
Giocare con i bimbi sperduti e poi di tanto in tanto calarmi nei panni di eroina per uccidere qualche malvagio pirata, sarebbe meraviglioso ed avventuroso.

Mi sono stancata di vivere in questo mondo, in cui a comandare è la crudeltà, come ci siamo ridotti così??
Ve lo siete mai chiesto??
Nel nostro mondo ci sono bambini che mangiano ad ogni ora del giorno e della notte e bambini che mangiano il niente, accompagnato dalle lacrime.
Ci sono ragazzi che studiano credendo che lo studio sia un dovere e ragazzi che non studiano perchè non hanno questo diritto.
Quindi, perchè continuare a vivere qui??
Io continuo a sognare che un giorno potrò nuovamente incontrare Peter e dirgli finalmente che il mondo in cui vivo è come la favola in cui vive lui.
Era molto ammirato da tutti.
"E' bello come una banderuola - notò un membro del Consiglio della Torre che si vantava di essere un esperto d'arte, - ma non è altrettanto utile" aggiunse, temendo che la gente potesse pensare che era una persona dotata di scarso senso pratico.
"Perché non assomigli al Principe Felice? - domandava una mamma al suo bambino che era solito piangere per niente. - Il Principe Felice non si sogna neppure di piangere per qualcosa".
"Mi fa piacere che ci sia qualcuno al mondo che è sempre felice" mormorò un uomo deluso dalla vita alzando lo sguardo sulla magnifica statua.
"Sembra proprio un angelo" dissero i ragazzi della Carità mentre uscivano dalla cattedrale con le loro lucenti mantelline scarlatte e i lindi grembiulini.
"Come lo sapete? - disse il Maestro di Matematica. - Non ne avete mai visto uno".
"Ah, ma noi li vediamo, nei nostri sogni" risposero i bambini; e il Maestro di Matematica corrugò le sopracciglia e li guardò con molta severità, perché non approvava che i bambini sognassero.
Una notte volò sulla città una piccola Rondine.
I suoi amici erano partiti per l'Egitto sei settimane prima, ma lei era rimasta indietro, perché si era innamorata della più bella Canna del fiume.
L'aveva incontrata all'inizio della primavera mentre volava lungo il fiume inseguendo una farfalla gialla, ed era stata così attratta dalla sua esile figura che si era fermata a parlarle.
"Posso amarti?" chiese la Rondine, a cui piacevano le maniere spicce, e la Canna gli fece un profondo inchino. Così volò più volte intorno a lei, toccando l'acqua con le sue ali, e formando leggeri increspature. Questo era il suo modo di fare la corte, e continuò per tutta l'estate.
"E' una passione ridicola - squittirono le altre Rondini, - quella non ha denaro, ma solo troppi parenti".
In verità il fiume era pieno di canne. Poi, quando arrivò l'autunno, le altre rondini volarono via.
Dopo che le compagne se ne furono andate, egli si sentì solo, e cominciò a stancarsi della sua innamorata.
"Non c'è conversazione - disse la Rondine - e io ho paura che sia una civetta, perché sta sempre ad amoreggiare con il Vento".
E certamente, ogni qualvolta soffiava il Vento, la Canna faceva il più grazioso degli inchini.
"E poi ha la stoffa della casalinga - continuò la Rondine, - mentre io amo viaggiare, e mia moglie, di conseguenza, dovrebbe viaggiare anche lei".
"Vuoi venire con me?" le chiese alla fine; ma la Canna scosse la testa poiché era molto affezionata alla sua casa.
"Ti sei preso gioco di me" gridò lei.
"Io parto per le Piramidi. Arrivederci!" e volò via.
Volò tutto il giorno, e di notte arrivò in città.
"Dove mi poserò? - si domandò la Rondine. - Spero che la città possa ospitarmi".
Detto questo, vide la statua sull'alta colonna.
"Mi metterò là - disse ad alta voce, - è una posizione bellissima, ben esposta all'aria aperta".
Così la Rondine scese tra i piedi del Principe Felice.
"Ho un letto d'oro" disse tra sé, guardandosi attorno, e si preparò per dormire; ma aveva appena messo la testa sotto l'ala, che una grossa goccia d'acqua cadde su di lui.
"Che cosa curiosa! - pensò. - Non c'è neppure una nuvola nel cielo, le stelle sono chiarissime e lucenti, eppure sta piovendo.
Il clima nel nord dell'Europa è veramente capriccioso. La Canna amava la pioggia, ma il suo era puro egoismo".
Poi un'altra goccia cadde.
"A che serve una statua se non ti ripara dalla pioggia? - disse. - Devo cercare una cappa di camino" e si decise a volare via.
Ma prima che aprisse le ali, una terza goccia cadde, ed egli guardò in su, e vide... ah! che cosa vide?
Gli occhi del Principe Felice erano pieni di lacrime, e le lacrime scivolavano giù dalle guance d'oro. La sua faccia era così bella nella luce lunare che la piccola Rondine si sentì impietosire.
"Chi sei?" chiese.
"Io sono il Principe Felice".
"Perché allora stai piangendo? - continuò la Rondine. - Mi hai completamente bagnato".
"Quando ero vivo e avevo un cuore da uomo - rispose la statua, - io non sapevo cosa fossero le lacrime perché vivevo nel Palazzo di Sans-Souci, dove alla tristezza non era permesso di entrare.
Durante la giornata giocavo con i miei compagni nel giardino, e di sera mi lanciavo nelle danze nel Grande Salone. Intorno al giardino c'era un alto muro, ma io non mi sono mai preoccupato di chiedere cosa ci fosse al di là perché tutto quello che stava intorno a me era bellissimo. I miei cortigiani mi chiamavano il Principe Felice, e felice lo ero veramente, se il piacere significa anche felicità. Così io vissi e così io morii. E ora che sono morto mi hanno sistemato qui, così in alto che posso vedere tutte le brutture e le miserie della mia città, e sebbene il mio cuore sia fatto di piombo non posso far altro che piangere".
"Che cosa? Non è solido oro?" disse tra sé la Rondine. Era troppo educato per fare osservazioni ad alta voce.
"Lontano da qui - continuò la statua con una profonda voce musicale, - lontano, in una piccola via, c'è una povera casa. Una delle finestre è aperta, e attraverso essa posso vedere una donna seduta al tavolo. La sua faccia è magra e consumata, e ha mani arrossate e ruvide, che portano i segni delle punture dell'ago, poiché è una ricamatrice. Sta ricamando alcune passiflore sui guanti di satinche le più graziose damigelle della Regina indosseranno al prossimo ballo di corte. In un letto nell'angolo della stanza c'è un ragazzino ammalato. Ha la febbre, sta chiedendo qualche arancia. Sua madre non ha nient'altro da dargli che l'acqua del fiume, e è per questo che lei sta piangendo.
Rondine, rondine, rondinella, le porterai il rubino dell'impugnatura della mia spada? I miei piedi sono fissati a questo piedistallo e non posso muovermi".
"Sono attesa in Egitto" disse la Rondine.
"Starai con me una notte, vuoi essere il mio messaggero? Il ragazzo ha sete, e sua madre è così triste..." replicò il Principe.
"Non credo mi piacciano i ragazzi - rispose la Rondine, - l'estate scorsa, mentre volavo sul fiume, due ragazzi malvagi, i figli del mugnaio, lanciavano sempre i sassi contro di me.
Non mi hanno mai colpito, naturalmente; noi rondini voliamo troppo bene perché ci raggiungano, e inoltre io provengo da una famiglia famosa per la sua agilità; comunque, è irrispettoso da parte di un ragazzo comportarsi in così".
Ma il Principe Felice sembrava così triste che la piccola Rondine ne fu dispiaciuta.
"Fa molto freddo qui - gli disse, - ma io starò con te questa notte, e sarò il tuo messaggero".
"Grazie, piccola Rondine" disse il Principe.
Così al Rondine prese il grande rubino dalla spada del Principe, e volò via con questo nel becco sopra i tetti della città.
Passò vicino alla torre della cattedrale, con gli angeli di marmo bianco scolpiti.
Vicino ad un palazzo sentì la musica di una sala da ballo. Una bellissima ragazza uscì sul balcone con il suo spasimante.
"Che meraviglia le stelle - le disse lui, - meraviglioso il potere dell'Amore!" "Spero che il mio vestito sia pronto in tempo per il ballo di Stato - intervenne la ragazza, - ho ordinato che vi venissero ricamate alcune passiflore; ma la ricamatrice è così pigra!" Passò sopra al fiume, e vide le lanterne appese al bompresso delle navi. Passò sopra il Ghetto, e vide i vecchi ebrei che contrattavano tra loro, e pesavano il denaro sui loro bilancini di rame.
Alla fine la Rondine arrivò alla povera casa e guardò all'interno.
Il ragazzo si agitava nel suo letto per la febbre e la madre si era addormentata perché troppo stanca. Balzò dentro e lasciò il grande rubino sul tavolo, dietro al ditale per cucire. Quindi volò gentilmente intorno al letto, facendo leggermente vento al capo del ragazzo con le sue ali.
"Che frescura - disse il ragazzo, - mi sento meglio" e cadde in un delizioso torpore.
Quindi la Rondine tornò dal Principe Felice, e gli raccontò cosa aveva fatto.
"E' curioso - notò il volatile, - ma ora mi sento abbastanza caldo, anche se fa freddo".
"Senti caldo perché hai compiuto una buona azione" commentò il Principe.
E il piccolo Rondone cominciò a riflettere fino a quando si addormentò. Pensare lo aiutava sempre a prendere sonno.
Quando il giorno spuntò, egli volò lungo il fiume e fece un bagno.
"Che fenomeno strano! - esclamò il Professore di Ornitologia, che stava passando sul ponte. - Una rondine in inverno!" e scrisse una lunga relazione sull'episodio per il locale quotidiano.
La relazione ebbe grande risonanza e venne citata da tutti, tanto era piena di parole che nessuno capiva.
"Questa notte partirò per l'Egitto" disse la Rondine pieno di entusiasmo davanti a questa prospettiva. Visitò tutti i monumenti della città, e si posò a lungo sulla cima del campanile.
Dovunque egli andasse, i passeri si rallegravano, dicendosi l'un l'altro:
"Che uccello strano, diverso dagli altri!".
Così trascorse una piacevole giornata. Quando la luna spuntò, ritornò dal Principe Felice.
"Posso farti qualche favore in Egitto? - gli domandò. - Sto partendo".
"Rondine, rondine, rondinella - disse il Principe, - starai con me una notte di più?" "Mi aspettano in Egitto - rispose la Rondine, domani le mie amiche voleranno fino alla seconda cateratta. L'ippopotamo nuota tra i giunchi e su un trono di granito siede il dio Memnon. Tutte le notti guarda le stelle, e quando la stella del mattino brilla, egli lancia un grido di gioia, poi fa silenzio. A mezzogiorno i leoni dalla bionda criniera scendono a bere fino al bordo dell'acqua. Essi hanno occhi come berilli verdi e il loro ruggito è fragoroso come il rumore della cateratta." "Rondine, rondine, rondinella - disse il Principe, - lontano dalla città io vedo un giovane uomo in una soffitta. Egli è piegato sopra un tavolo coperto di carte, e in un grosso bicchiere al suo fianco c'è un mazzo di violette bianche e rosse. I suoi capelli sono castani e crespi, e le sue labbra sono rosse come una melagrana, e ha occhi grandi e sognanti. Sta tentando di scrivere una commedia per il Direttore del Teatro, ma fa troppo freddo per continuare ancora. Non c'è fuoco nel camino, e la fame lo fa barcollare".
"Starò con te una notte ancora - replicò la Rondine, che aveva veramente un grande cuore, - gli porterò un altro rubino?" "Eh, non ho più rubini ora - sospirò il Principe, i miei occhi sono tutto quello che mi resta. Sono fatti di rari zaffiri, e vennero portati dall'India mille anni fa. Strappamene uno e portaglielo. Lo venderà a un gioielliere, e comprerà cibo e legna da ardere, così finirà il lavoro". "Caro Principe - disse la Rondine, - non posso farlo" e cominciò a piangere.
"Rondine, rondine, rondinella - insistette il Principe, - fai come ti dico".
Così la Rondine strappò l'occhio del Principe, e volò via verso la soffitta dove abitava il giovane scrittore.
Fu abbastanza facile entrare, dato che c'era un buco nel tetto.
Il giovane teneva la testa fra le mani, perciò non sentì il battito delle ali dell'uccello, e quando alzò gli occhi trovò il bellissimo zaffiro tra le violette bianche e rosse.
"Sto cominciando ad essere apprezzato esclamò, - questo è da parte di un grande ammiratore. Ora io posso finire il mio lavoro" e nel suo sguardo passò finalmente la felicità.
Il giorno seguente la Rondine volò sul porto. Si posò sull'albero maestro di un grande vascello e guardò i marinai che trasportavano grandi casse fuori dalla stiva per mezzo di corde di canapa.
"Oh, issa!" urlavano appena una cassa veniva su.
"Sto andando in Egitto" gridò la Rondine, ma nessuno lo capì, e, quando la luna spuntò, volò dal Principe Felice.
"Sono venuto a salutarti" gli disse.
"Rondine, rondine, rondinella - supplicò il Principe, - starai con me ancora una notte?" "E' inverno - rispose la Rondine, - e la fredda neve scenderà ben presto. In Egitto il sole è caldo sui palmeti verdi, e il coccodrillo si allunga pigramente nella palude. Le mie compagne stanno costruendo un nido nel Tempio di Baalbec, e le colombe rosa e bianche stanno guardandoli e tubano fra loro.
Caro Principe, io devo lasciarti, ma non ti dimenticherò, e la prossima primavera ti porterò due bellissimi gioielli in cambio di quelli che hai ceduto. Il rubino sarà più rosso di una rosa rossa, e lo zaffiro sarà blu come il grande mare".
"Nella piazza giù in basso - lo interruppe il Principe Felice, - c'è una piccola fiammiferaia . Ha lasciato cadere i fiammiferi nel fango, e sono tutti rovinati. Suo padre la picchierà se lei non porterà a casa un po' di denaro, e per questo sta piangendo. Non ha scarpe né calze, e la sua testolina è scoperta. Strappami l'altro occhio, e daglielo, così suo padre non la picchierà".
"Starò con te un'altra notte - sospirò la Rondine, - ma non posso strapparti un altro occhio. Diventeresti cieco".
"Rondine, rondine, rondinella - disse il Principe,- fai come ti dico".
Così la Rondoine strappò l'altro occhio al Principe.
Poi passò, volando impetuoso, vicino alla fiammiferaia, e fece scivolare il gioiello nel palmo della sua mano.
"Che splendido pezzo di vetro" esclamò la ragazzina; e corse a casa ridendo.
Quindi la Rondine tornò dal Principe.
"Ora sei cieco - gli disse, - starò con te per sempre".
"No, Rondinella - disse il povero Principe, - devi volare in Egitto".
"Starò con te per sempre" insisté la Rondine, e dormì ai piedi del Principe.
Tutti i giorni che seguirono la Rondine si sedette sulla spalla del Principe e gli raccontò quello che aveva visto di strano nelle terre dove era stato. Gli parlò degli ibis rossi, che stavano in lunghe file sulle rive del Nilo, trasportando pesci rossi nel becco; della Sfinge, che è vecchia come il mondo, e vive nel deserto, e conosce ogni cosa; dei mercanti, che camminano lentamente al fianco dei loro cammelli, portando rosari d'ambra nella mano; del re della Montagna della Luna, che è nero come l'ebano, e adora una grossa sfera di cristallo; e del grande serpente verde che dorme tra le palme, e ha venti preti che lo nutrono di torte al miele; e dei Pigmei che navigano su un grande lago a bordo di una vasta foglia piatta, e sono sempre in guerra con le farfalle.
"Cara Rondine - disse il Principe, - tu hai visto cose meravigliose, ma più meravigliosa di tutto è la sofferenza di un uomo e di una donna. Non c'è mistero tanto grande quanto la miseria. Vola sulla mia città, piccola Rondine, e dimmi cosa vedi laggiù".
Così la Rondine volò sulla grande città e vide i ricchi che si divertivano nelle loro bellissime case, mentre i mendicanti chiedevano l'elemosina davanti ai loro portoni. Volò sui vicoli bui e vide la faccia smunta dei bambini affamati che osservavano tristemente la strada desolata. Sotto l'arco del ponte due ragazzini stavano distesi l'uno nelle braccia dell'altro nel tentativo di difendersi dal freddo.
"Che fame!" si lamentavano di tanto in tanto.
"Non potete stare qui" gridò loro la guardia, e i due se ne andarono, vagabondi sotto la pioggia.
Allora la Rondine tornò indietro per raccontare al Principe quello che aveva visto.
"Io sono coperto di oro prezioso - disse il Principe, - prendilo, foglia per foglia, e portalo ai poveri; gli uomini sono sempre convinti che l'oro dia la felicità".
La Rondine staccò foglia dopo foglia l'oro del quale era rivestito il Principe, fino a che egli non apparve del tutto scuro e grigio.
Foglia dopo foglia l'oro preziosissimo venne portato ai poveri, e la faccia dei bambini si fece colorita, e iniziarono a ridere e a giocare nella strada.
"Ora abbiamo il pane!" gridarono.
Poi allora scese la neve, e dopo la neve arrivò il gelo. Le strade sembrava fossero fatte d'argento tanto erano cristalline e luccicanti; lunghi ghiaccioli pendevano dalle grondaie delle case, le persone indossavano le pellicce, e i bambini portavano berretti scarlatti e pattinavano sul ghiaccio.
Il povero Rondone sentiva sempre più freddo, ma non avrebbe mai lasciato il Principe, lo amava troppo. Beccò un po' di mollica davanti al negozio del panettiere senza essere visto, e tentò di mantenersi al caldo battendo continuamente le ali.
Ma infine capì che la morte si stava avvicinando.
Gli restò la forza per andare una volta ancora sulla spalla del Principe.
"Arrivederci, caro Principe! - mormorò. - Permettete che vi baci la mano?" "Sono felice che tu stia partendo per l'Egitto disse il Principe, - sei rimasto troppo a lungo con me; ma vorrei che tu mi baciassi sulle labbra, perché io ti amo".
"Non è in Egitto che sto andando - disse la Rondine, - sto per entrare nella Casa della Morte. La Morte è la sorella del Sonno, non è vero?" Baciò il Principe Felice sulle labbra, e cadde al suolo morta.
In quel momento uno strano scricchiolio si sentì arrivare da dentro la statua, come se qualcosa si fosse rotto. In effetti il cuore di piombo si era spezzato proprio in due.
Certamente era stato il gelo.
La mattina dopo, di buon'ora, il Sindaco si trovò a passeggiare nella piazza, sotto la statua, accompagnato dal Consigliere della Torre. Quando passarono davanti alla colonna guardarono in su e il primo disse:
"Cielo! Com'è malvestito il Principe Felice!".
"Che aspetto miserabile!" replicò il secondo, che era sempre d'accordo con il Sindaco; e salirono sul piedistallo per controllare meglio.
"Il rubino è caduto dalla spada, il Principe non ha più gli occhi e non è più ricoperto d'oro - esclamò il Sindaco, - è poco meglio di un mendicante!" "Un po' meglio di un mendicante" ribadì il Consigliere della Torre.
"E c'è anche un uccello morto ai suoi piedi! continuò il Sindaco.
- Dobbiamo dichiarare pubblicamente che all'uccello non era stato accordato il permesso di morire qui".
E il Segretario Comunale redasse un bando.
Quindi la statua del Principe Felice venne abbattuta.
"Poiché non è più bella a vedersi, non è più nemmeno utile" disse il Professore d'Arte dell'Università.
Quindi venne fusa in una fornace, e il Sindaco riunì il Consiglio per decidere che cosa si dovesse farne del metallo ottenuto.
"Naturalmente, dobbiamo costruire un'altra statua - egli disse, - e sarà la mia effigie".
"No, sarà la mia" disse ognuno dei Consiglieri, e cominciarono tutti a protestare. L'ultima volta che li ho sentiti parlare stavano ancora discutendo a chi andava dedicata la statua.
"Che strana cosa! - disse il capo fabbrica agli operai della fonderia. - Questo cuore di piombo spezzato non riesce a fondersi.
Dovremo gettarlo via".
Così egli lo buttò tra i rifiuti, proprio dove giaceva anche la Rondine morta.
"Portami le due cose più preziose che ci sono nella città" disse Dio ad uno dei suoi Angeli; e l'Angelo gli portò il cuore di piombo e l'uccello morto.
"Hai scelto bene - disse, lodandolo, Dio, - perché nel mio giardino in Paradiso questo uccellino canterà per sempre, e nella mia città d'oro il Principe Felice sarà il simbolo della mia gloria".
Oscar Wilde
L'avete mai letto questo racconto??
Non è semplicemente stupendo??
(Ovviamente è un modo di dire...)


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